La vicenda legata all’ipotesi di ospitare alcuni migranti nella chiesa di San Bernardino, a Piazza d’Armi, ha riportato al centro del dibattito cittadino un tema che a L’Aquila si trascina da tempo e che continua a ripresentarsi ciclicamente: la presenza di migranti in una città che non dispone di condizioni strutturali adeguate per accoglierli.
Il punto non è individuare spazi improvvisati o soluzioni emergenziali. Il punto è più profondo e riguarda una situazione che, per come si manifesta oggi, non dovrebbe esistere.
Le parole dell’assessore e il chiarimento del Comune
A intervenire pubblicamente è stato l’assessore all’Urbanistica del Comune dell’Aquila, Francesco De Santis, che ha escluso in modo netto qualsiasi utilizzo della chiesa di San Bernardino come dormitorio. Di seguito il testo integrale del comunicato, riportato testualmente:
“Diffidiamo pubblicamente – scrive in una nota l’Assessore all’Urbanistica della città dell’Aquila Francesco De Santis – il sig. Giorgi dal realizzare un dormitorio all’interno della struttura di San Bernardino in Piazza d’Armi.
Sulla struttura religiosa pende un’ordinanza di demolizione che, nel più breve tempo possibile, verrà perfezionata alla luce della sentenza n. 2113/2025 del Consiglio di Stato che conferma le buone ragioni del Comune dell’Aquila.
La struttura è del tutto abusiva ed in alcun modo il Comune dell’Aquila autorizzerà mai la realizzazione di un dormitorio per, come scrive il sig. Giorgi, “24 afghani e pakistani” all’interno della chiesa di San Bernardino.
Questa mattina – conclude De Santis – abbiamo ribadito in Prefettura tutti i nostri dubbi in merito alla proposta fatta dalla Fraterna Tau. Proposta che, alla luce dei comunicati stampa fatti dall’associazione, che ben conosce le reali condizioni della struttura, scade nella provocazione.”
Le parole dell’assessore chiariscono un punto fondamentale: la chiesa non è e non può essere una soluzione, né dal punto di vista urbanistico né da quello amministrativo.
Il vero nodo: una presenza fuori scala
Al di là della singola struttura, la vicenda mette in evidenza un problema più ampio. A L’Aquila sono presenti migranti in condizioni che il territorio non riesce a gestire, soprattutto nei mesi invernali, quando le fragilità diventano più evidenti.
Le strutture di accoglienza risultano da tempo sature, e il sistema nel suo complesso appare incapace di assorbire nuove presenze senza ricorrere a soluzioni improprie, temporanee o simboliche.
Questo è il nodo centrale: non è sostenibile che una città come L’Aquila si trovi ciclicamente in una condizione di emergenza permanente.
Perché questa situazione non dovrebbe esistere
Una presenza che richiede continue deroghe, spazi inadeguati o interventi straordinari indica un problema a monte. Significa che il modello di gestione non è coerente con le reali capacità del territorio.
Non è una questione di volontà politica contingente, né di singole decisioni amministrative. È un problema strutturale che riguarda la pianificazione, la distribuzione delle presenze e la mancata corrispondenza tra numeri, spazi e servizi disponibili.
In questo quadro, ogni nuova proposta emergenziale finisce per alimentare tensioni, polemiche e conflitti, senza risolvere il problema di fondo.
Accoglienza e limiti del territorio
Affrontare seriamente la questione significa riconoscere che esistono dei limiti oggettivi. Ignorarli non produce maggiore umanità, ma genera situazioni ingestibili, che finiscono per danneggiare tutti: chi vive sul territorio, chi lo amministra e gli stessi migranti, esposti a condizioni precarie e instabili.
La vicenda di San Bernardino dimostra che non tutto può diventare accoglienza, e che forzare soluzioni inadeguate non è una risposta.
Una questione che resta aperta
La polemica di questi giorni non risolve il problema. Lo rende soltanto più evidente. Finché la presenza dei migranti a L’Aquila continuerà a manifestarsi senza un quadro strutturato, sostenibile e coerente con le capacità della città, la situazione continuerà a ripresentarsi.
Ed è proprio per questo che il tema non può essere ridotto a uno scontro istituzionale o a una contrapposizione simbolica. La domanda resta aperta ed è scomoda: perché questa situazione continua a esistere, nonostante sia evidente che il territorio non è in grado di reggerla così com’è.


