Inchiesta economica e territoriale

C’è una domanda che attraversa il dibattito cittadino e che, guardando i numeri, non può più essere elusa: il mercato dei supermercati a L’Aquila è davvero in grado di reggere nuove aperture nei prossimi anni?
Non si tratta di una posizione ideologica, né di una critica a singole iniziative imprenditoriali. È una domanda che nasce dall’analisi dei dati, del contesto economico e delle trasformazioni che hanno segnato gli ultimi cinque anni.

La fotografia prima delle crisi: i numeri del 2019

Ogni riflessione seria deve partire da una base documentata. Nel 2019, secondo il Piano del Commercio del Comune dell’Aquila (studio CRESA su dati Infocamere e ISTAT), nel territorio comunale risultavano presenti 1.265 esercizi al dettaglio, per una superficie complessiva di vendita pari a 113.870 metri quadrati.
Un rapporto che equivale a 163,9 metri quadrati ogni 100 abitanti.

Si tratta di un valore che, nello stesso documento, risulta più elevato rispetto ai riferimenti provinciali e regionali utilizzati come confronto. In altre parole, già prima del 2020 il sistema commerciale cittadino appariva ampiamente strutturato.

Il Piano mette inoltre in evidenza il peso della media distribuzione, che nel 2019 contava 68 esercizi per 68.365 metri quadrati complessivi, pari a 98,4 mq ogni 100 abitanti. Un dato che fotografa un’offerta già consistente e radicata sul territorio.

Poi il mondo cambia: Covid e shock economico

Dal 2020 in avanti, questa fotografia si scontra con una realtà completamente diversa. La pandemia da Covid-19 rappresenta uno spartiacque: chiusure, restrizioni, cambiamenti nei comportamenti di consumo e difficoltà lungo le filiere di approvvigionamento modificano in modo profondo l’economia quotidiana.

Ma il Covid non resta un evento isolato. A partire dal 2022, lo scenario internazionale viene ulteriormente destabilizzato dalla guerra in Ucraina, che incide in modo diretto sui costi dell’energia, dei trasporti e delle materie prime, con effetti a cascata sul prezzo finale dei beni alimentari.

Secondo i dati ISTAT, tra 2019 e 2024 la spesa per consumi delle famiglie è aumentata del 7,6%, mentre nello stesso periodo l’inflazione (indice IPCA) è cresciuta del 18,5%. Questo significa che i prezzi hanno corso molto più dei consumi reali.

Il nodo centrale: il cibo costa molto di più

Sul fronte alimentare il quadro è ancora più chiaro. L’ISTAT segnala che, nel confronto con il 2019, i prezzi dei beni alimentari risultano oggi più alti di circa il 30%.
Un aumento che non è un dettaglio statistico, ma una variabile che incide direttamente sulla vita quotidiana delle famiglie.

A livello globale, la FAO individua nel marzo 2022 il punto di massimo aumento dell’indice dei prezzi alimentari, in un contesto segnato da tensioni geopolitiche e difficoltà di approvvigionamento. Anche se in seguito l’indice ha mostrato una parziale riduzione, il livello dei prezzi non è tornato ai valori pre-crisi.

Salari fermi e potere d’acquisto in calo

A rendere il quadro ancora più delicato è un altro elemento strutturale: i salari reali. In Italia, e in particolare nelle aree interne, gli stipendi risultano sostanzialmente fermi da anni, mentre il costo della vita cresce.
Il risultato è un potere d’acquisto in progressivo deterioramento, che costringe le famiglie a comprimere le spese, a rivedere le abitudini di consumo e a orientarsi sempre più verso il risparmio.

In questo contesto, il mercato alimentare non si espande: si redistribuisce. Ogni nuova offerta tende a sottrarre quote a quella esistente, in un equilibrio sempre più fragile.

Margini sottili in un mercato affollato

Anche dal lato delle imprese, i numeri invitano alla prudenza. Secondo l’Area Studi Mediobanca, nel 2023 l’EBIT margin dei principali gruppi della grande distribuzione alimentare si è attestato intorno al 2,9%, con una media quinquennale pari al 2,5%.

Margini di questo livello indicano un settore che opera su equilibri delicati, dove l’aumento dei costi e la pressione competitiva possono rapidamente erodere la redditività. In un contesto di domanda debole, l’aumento dell’offerta non crea nuovo valore, ma accentua la competizione.

Nuove strutture e dibattito cittadino

È in questo scenario che si inserisce il dibattito locale sullo sviluppo commerciale. Nell’agosto 2024, l’agenzia ANSA ha riportato l’approvazione in Consiglio comunale di un planivolumetrico relativo a un edificio a destinazione commerciale nell’area di Sant’Antonio, all’ingresso ovest della città.

Su altri quadranti urbani, come Pettino, il confronto pubblico ha evidenziato posizioni differenti: da un lato chi legge alcuni iter urbanistici come segnali di nuova espansione, dall’altro chi sottolinea che si tratterebbe di interventi con caratteristiche e dimensioni diverse, non automaticamente assimilabili a nuovi centri commerciali.

Al di là delle singole interpretazioni, il punto resta il contesto generale in cui queste ipotesi si collocano.

Verso il 2026: una riflessione inevitabile

Guardando al 2026, la domanda diventa inevitabile: ha senso continuare a immaginare un’espansione dell’offerta commerciale alimentare in una città che già nel 2019 mostrava livelli elevati di dotazione, e che oggi si confronta con prezzi più alti, consumi più cauti e potere d’acquisto ridotto?

Non si tratta di stabilire chi abbia torto o ragione, né di mettere in discussione la legittimità delle iniziative economiche. Si tratta di interrogarsi sulla sostenibilità complessiva del sistema, nel medio periodo.

Spunti di riflessione, non conclusioni

In questo quadro, alcune riflessioni appaiono difficili da eludere:

  • la necessità di valutazioni preventive sull’impatto economico e urbano di nuove superfici commerciali;
  • l’importanza del riuso e della riqualificazione dell’esistente;
  • la centralità di qualità, servizi ed efficienza, più che della quantità di offerta;
  • la ricerca di un equilibrio urbano tra grandi strutture e commercio di prossimità.

Sono interrogativi legittimi, che nascono dai dati e dal contesto, e che accompagnano L’Aquila verso una fase in cui le scelte sul commercio non possono prescindere dalla realtà economica che famiglie e imprese stanno vivendo.

Metodologia e fonti

L’inchiesta si basa esclusivamente su fonti pubbliche e istituzionali:
Comune dell’Aquila (Piano del Commercio 2019), ISTAT, FAO, Area Studi Mediobanca, ANSA.
Le elaborazioni e l’analisi sono a cura della redazione.

Fonti e riferimenti

Le informazioni e i dati citati nell’articolo provengono esclusivamente da fonti pubbliche, istituzionali e studi economici riconosciuti:

L’elaborazione dei contenuti e l’analisi complessiva sono a cura della Redazione L’AquilaOra.