Il dibattito sulla nuova legge elettorale abruzzese rischia di essere ridotto al solito confronto tra maggioranza e opposizione. Sarebbe il modo peggiore per affrontarlo.
Perché dietro formule apparentemente tecniche come “collegio unico regionale”, “circoscrizioni provinciali” e “preferenze” c’è una questione molto concreta: chi rappresenterà in futuro i territori dell’Abruzzo meno popolati e più lontani dai grandi bacini elettorali?
Per la provincia dell’Aquila la risposta non è affatto secondaria.
Il progetto di riforma promosso dal presidente Marco Marsilio ha come elemento centrale il superamento dell’attuale sistema basato sulle quattro circoscrizioni provinciali e l’introduzione di una competizione elettorale prevalentemente regionale.
Il testo è ancora in discussione, è stato modificato più volte e può cambiare ancora. Sono state valutate anche formule miste nelle quali una quota limitata di consiglieri continuerebbe a essere eletta su base provinciale.
Ma il principio attorno al quale ruota la riforma resta lo stesso: ridurre fortemente il peso delle circoscrizioni territoriali e trasferire la maggior parte della competizione in un unico grande collegio abruzzese.
Ed è proprio questo il punto sul quale vale la pena fermarsi.
Non per appartenenza politica. Non perché la proposta arriva dal centrodestra. Ma perché, osservando i numeri, il rischio di una penalizzazione delle aree interne è tutt’altro che teorico.
Oggi l’Aquilano ha una rappresentanza territoriale certa
Con il sistema in vigore, le quattro province costituiscono altrettante circoscrizioni elettorali.
Dei 29 consiglieri eletti attraverso le liste, sette provengono dalla circoscrizione dell’Aquila, sette da Pescara, sette da Teramo e otto da Chieti. A questi si aggiungono il presidente eletto e il candidato presidente arrivato secondo.
Il numero dei seggi viene distribuito sulla base della popolazione, quindi non esiste un privilegio dell’Aquilano rispetto alle altre province.
La differenza fondamentale è un’altra.
Oggi è certo che una quota del Consiglio regionale venga scelta dagli elettori della provincia dell’Aquila tra candidati presentati nella provincia dell’Aquila.
Domani, con una competizione largamente trasferita sul collegio regionale unico, questa garanzia territoriale verrebbe drasticamente ridotta o, nella versione più netta della riforma, eliminata.
Un candidato di Sulmona, Castel di Sangro, Avezzano o di un piccolo centro dell’Alto Aterno non competerebbe più principalmente con altri candidati dello stesso territorio.
Competerebbe con candidati capaci di raccogliere preferenze a Pescara, Chieti, Montesilvano, Francavilla, Teramo e negli altri maggiori bacini elettorali della regione.
Ed è qui che geografia e demografia cominciano a contare.
L’Aquila ha 108 comuni e la densità più bassa della regione
La provincia dell’Aquila conta circa 286mila residenti, poco meno del 23 per cento dell’intera popolazione abruzzese.
Ma quei cittadini sono distribuiti su oltre cinquemila chilometri quadrati, quasi metà della superficie regionale.
I comuni sono 108 su 305: più di un terzo di tutti i comuni dell’Abruzzo.
La densità abitativa è di appena 57 abitanti per chilometro quadrato.
Il confronto con Pescara rende immediatamente evidente la differenza: la provincia pescarese ha una popolazione leggermente superiore, ma distribuita su circa 1.230 chilometri quadrati e 46 comuni, con una densità che supera i 250 abitanti per chilometro quadrato.
Sono due realtà che sulla carta pesano entrambe intorno a un quarto della popolazione regionale, ma che dal punto di vista elettorale non sono affatto equivalenti.
Raccogliere consenso in un territorio densamente urbanizzato significa poter incontrare decine di migliaia di elettori muovendosi in pochi chilometri.
Fare la stessa cosa tra L’Aquila, la Marsica, la Valle Peligna, l’Alto Sangro, l’Alta Valle dell’Aterno e decine di piccoli comuni montani significa coprire centinaia di chilometri.
Questa non è un’opinione politica. È geografia.
Nel collegio unico la popolazione concentrata vale più della popolazione dispersa
Formalmente ogni voto vale esattamente quanto un altro.
Ma una legge basata sulle preferenze non vive soltanto di formule matematiche. Vive della capacità dei candidati di raggiungere gli elettori, costruire reti, organizzare campagne, essere conosciuti e trasformare questa conoscenza in preferenze personali.
Ed è qui che il collegio unico produce uno squilibrio.
Un candidato che parte da una zona densamente popolata dispone di un bacino potenziale molto più concentrato. Può costruire alleanze elettorali con altri candidati vicini, condividere reti organizzative e svolgere una campagna su un territorio fisicamente più ristretto.
Un candidato delle aree interne parte invece da comunità più piccole e distanti tra loro.
Per diventare competitivo su scala regionale deve inevitabilmente allargare la propria campagna verso la costa e i centri più popolosi.
Significa più spostamenti, più organizzazione, maggiore presenza mediatica e, inevitabilmente, maggiori risorse economiche.
Il rischio è quindi quello di una selezione che non avviene soltanto sulla base della capacità politica, ma anche sulla possibilità materiale di sostenere una campagna elettorale regionale.
Il problema non è quanti abitanti ha L’Aquila, ma come sono distribuiti
C’è un’obiezione possibile: se la provincia dell’Aquila rappresenta circa il 22,6 per cento della popolazione regionale, un sistema proporzionale dovrebbe comunque consentirle di esprimere grosso modo una quota analoga di consiglieri.
In teoria è vero.
Ma è proprio la parola “dovrebbe” a fare la differenza.
L’attuale sistema assicura materialmente la presenza di consiglieri eletti nella circoscrizione aquilana. Il collegio unico, invece, non garantisce che la distribuzione territoriale degli eletti rispecchi quella della popolazione.
Una lista potrebbe ottenere molti voti nell’Aquilano ma vedere eletti, grazie alle preferenze personali, candidati concentrati altrove.
Oppure i partiti potrebbero essere spinti a costruire le proprie strategie privilegiando i candidati con maggiore capacità di raccolta nei bacini più popolosi.
Nessuna norma stabilisce che questo debba necessariamente accadere.
Ma una buona legge elettorale dovrebbe essere valutata anche per gli squilibri che rende possibili, non soltanto per quelli che produce con certezza matematica.
Anche la soluzione mista lascia aperto il problema
Nel corso dell’iter è stata discussa anche una versione più attenuata della riforma: una parte dei consiglieri continuerebbe a essere eletta su base provinciale, mentre la grande maggioranza arriverebbe dal collegio regionale.
Tra le ipotesi circolate c’è quella di 22 consiglieri eletti nel collegio unico e 8 su base provinciale, due per ciascuna provincia.
Sarebbe certamente una tutela maggiore rispetto a un collegio unico integrale.
Ma per l’Aquilano significherebbe comunque passare dagli attuali sette seggi assegnati attraverso la circoscrizione provinciale a una garanzia territoriale ridotta a due, lasciando tutti gli altri alla competizione regionale.
Gli eletti aquilani potrebbero naturalmente essere più di due.
Il punto è che non sarebbe più il sistema elettorale ad assicurarlo.
Perché i sostenitori vogliono il collegio unico
La posizione favorevole alla riforma merita di essere considerata.
L’argomento sostenuto da Marsilio e da chi condivide l’impostazione del collegio unico è che un consigliere regionale dovrebbe rappresentare l’intero Abruzzo, non comportarsi come il rappresentante esclusivo della propria provincia.
Il collegio unico servirebbe quindi a superare campanilismi e logiche territoriali, costringendo candidati e consiglieri ad avere una visione regionale.
È un obiettivo comprensibile.
E c’è anche un dato difficile da contestare: l’esistenza delle circoscrizioni provinciali non ha impedito negli ultimi decenni lo spopolamento delle aree interne né ha eliminato le differenze economiche, infrastrutturali e sociali tra costa ed entroterra.
Ma da questo non deriva automaticamente che la soluzione sia ridurre la rappresentanza territoriale.
Un consigliere eletto all’Aquila è già un consigliere della Regione Abruzzo. Una volta entrato all’Emiciclo vota leggi che riguardano Pescara, Teramo e Chieti esattamente come quelle che riguardano il proprio territorio.
La rappresentanza territoriale e il campanilismo sono due cose diverse.
Il rischio è perdere voce proprio mentre le aree interne perdono popolazione
C’è infine una contraddizione difficile da ignorare.
Da anni Regione, Governo e Unione europea discutono di politiche specifiche per le aree interne perché quei territori partono da condizioni strutturalmente diverse: meno popolazione, maggiori distanze, difficoltà nei trasporti, accesso più complesso alla sanità e ai servizi, progressivo invecchiamento e spopolamento.
Se riconosciamo che quelle differenze esistono quando dobbiamo distribuire finanziamenti, organizzare servizi o contrastare lo spopolamento, diventa difficile sostenere che possano improvvisamente scomparire quando si costruisce il sistema attraverso il quale quei territori scelgono i propri rappresentanti.
Una persona che vive a Pescara e una che vive a Castel del Monte hanno naturalmente lo stesso diritto di voto.
Ma i territori nei quali quei cittadini vivono non hanno la stessa densità, gli stessi collegamenti, lo stesso numero di abitanti nel raggio di pochi chilometri né la stessa facilità di costruire una rete elettorale.
Una legge può ignorare queste differenze.
Non può cancellarle.
Non è una battaglia tra destra e sinistra
La contrarietà al collegio unico ha attraversato in questi mesi anche la stessa maggioranza regionale. È un elemento importante perché dimostra che il problema non può essere liquidato come una semplice battaglia dell’opposizione contro Marsilio.
La questione riguarda soprattutto la scelta del modello di rappresentanza che l’Abruzzo vuole avere.
È legittimo voler costruire una Regione meno frammentata e consiglieri capaci di ragionare oltre i confini provinciali.
Ma l’unità regionale non si costruisce rendendo politicamente più deboli le zone che hanno meno abitanti e un territorio più difficile da rappresentare.
Si costruisce collegandole meglio, garantendo servizi, riducendo le distanze economiche e infrastrutturali e facendo in modo che anche chi vive lontano dai grandi centri abbia una voce riconoscibile nelle istituzioni.
Per questo, al netto delle appartenenze politiche, il collegio unico così come è stato impostato rappresenta un rischio concreto per le aree interne aquilane.
Non perché esista una formula matematica che condanni l’Aquilano a perdere consiglieri.
Ma perché elimina o riduce fortemente una garanzia territoriale certa e la sostituisce con una competizione nella quale popolazione concentrata, notorietà, organizzazione e disponibilità economica assumono un peso molto maggiore.
Per una provincia con 108 comuni, oltre cinquemila chilometri quadrati di territorio e la più bassa densità abitativa della regione, non è un dettaglio tecnico.
È il cuore della questione.