Quando le scuole abruzzesi riapriranno le porte il 16 settembre, nei banchi ci saranno migliaia di ragazzi in meno rispetto a soltanto un anno fa.

La popolazione scolastica regionale prevista per l’anno 2026/27 scende infatti a 154.905 studenti, contro i 158.432 dello scorso anno. Significa 3.527 iscritti in meno in dodici mesi, una contrazione del 2,23 per cento.

Un numero che da solo racconta molto più di una normale oscillazione delle iscrizioni. Perché il calo non arriva all’improvviso e non riguarda un singolo anno: è la prosecuzione di una tendenza che sta progressivamente riducendo il numero di bambini e ragazzi nelle scuole abruzzesi.

Dentro questo quadro c’è però un dato che distingue la provincia dell’Aquila dal resto della regione. Anche qui gli studenti diminuiscono, ma molto meno.

Gli iscritti passano da 34.011 a 33.772, con 239 ragazzi in meno e una flessione di circa lo 0,7 per cento. È il dato migliore tra le quattro province abruzzesi.

Una tenuta relativa, dunque. Importante, ma che non deve essere scambiata per un’inversione di tendenza.

L’Aquila perde meno, Chieti e Pescara molto di più

La differenza con il resto dell’Abruzzo è significativa.

La provincia di Chieti perde circa 1.300 studenti in un solo anno, passando da 45.348 a 44.048 iscritti. Pescara ne perde 1.268, scendendo da 42.064 a 40.796. A Teramo la flessione è di 720 studenti, da 37.009 a 36.289.

L’Aquilano, con 239 iscritti in meno, contiene quindi molto di più la diminuzione.

Questo non significa però che il problema demografico sia meno importante nelle aree interne.

Anzi, in territori caratterizzati da piccoli comuni, lunghe distanze e una popolazione distribuita su una superficie molto vasta, anche poche decine di studenti in meno possono avere conseguenze molto più pesanti rispetto a quelle prodotte dallo stesso calo in un grande centro urbano.

Una classe che non si forma, un plesso che perde iscritti o una scuola che viene accorpata non rappresentano soltanto una questione amministrativa. Nei paesi più piccoli possono significare chilometri aggiuntivi ogni mattina, maggiori esigenze di trasporto e un servizio essenziale che si allontana dalle famiglie.

In otto anni oltre 18mila studenti in meno in Abruzzo

Lo sguardo diventa ancora più preoccupante allargando il confronto nel tempo.

Nell’anno scolastico 2018/19 gli studenti abruzzesi erano 173.121. Nel 2026/27 sono previsti in 154.905.

La differenza è di 18.216 studenti in otto anni, oltre il 10 per cento della popolazione scolastica regionale.

Il calo non si è mai realmente interrotto. Gli iscritti sono scesi progressivamente a 171.501 nel 2019/20, 169.425 nel 2020/21, 167.616 l’anno successivo e 165.148 nel 2022/23. Sono poi diventati 163.790, quindi 160.852 e infine 158.432 nello scorso anno scolastico.

Ora arriva un’altra diminuzione, e stavolta è persino più forte di quella registrata nei dodici mesi precedenti.

Anche la provincia dell’Aquila paga il conto sul lungo periodo.

Nel 2018 gli studenti erano 36.573. Oggi sono 33.772: 2.801 in meno, pari a una riduzione di circa il 7,7 per cento.

È una percentuale migliore rispetto alla media regionale, ma racconta comunque una perdita costante.

Dietro i banchi vuoti c’è una questione demografica

Ridurre tutto alla scuola sarebbe però un errore.

Il numero degli studenti è uno degli indicatori più immediati di un fenomeno molto più ampio che riguarda nascite, invecchiamento della popolazione e capacità dei territori di trattenere famiglie giovani.

I dati demografici dell’Istat descrivono da tempo un Abruzzo nel quale le nascite continuano a diminuire. La provincia dell’Aquila è inoltre tra quelle con l’età media più elevata della regione.

Il fatto che oggi l’Aquilano perda proporzionalmente meno studenti delle altre province è quindi un segnale positivo soltanto in termini relativi.

Non cancella il problema di fondo.

In particolare nelle aree interne, una scuola non è semplicemente l’edificio nel quale si tengono le lezioni. È uno dei servizi che determinano concretamente la possibilità per una famiglia di continuare a vivere in un paese.

Quando chiude un ufficio, quando diminuiscono i collegamenti, quando un presidio sanitario si allontana e quando anche la scuola diventa più difficile da raggiungere, ogni singolo elemento contribuisce a rendere meno conveniente restare.

E meno famiglie rimangono, meno bambini nascono. È un meccanismo che rischia di alimentarsi da solo.

Difendere le scuole significa anche difendere i territori

La provincia dell’Aquila parte da una condizione particolare: una popolazione distribuita in 108 comuni, molti dei quali piccoli o piccolissimi, su oltre cinquemila chilometri quadrati.

È proprio qui che il dato sugli studenti deve essere letto con maggiore attenzione.

La diminuzione più contenuta rispetto a Chieti, Pescara e Teramo è una buona notizia. Ma diventa davvero significativa soltanto se viene accompagnata dalla capacità di mantenere una rete scolastica accessibile anche fuori dai centri maggiori.

Il rischio, altrimenti, è che la semplice applicazione di criteri numerici finisca per accelerare proprio quel processo di spopolamento che dovrebbe essere contrastato.

I 239 studenti persi nell’ultimo anno sono molti meno dei 1.300 di Chieti o dei 1.268 di Pescara.

Ma in una provincia fatta di montagne, distanze e piccoli comuni, ogni banco vuoto può pesare più di quanto dica la statistica.