Vergogna. È l’unica parola possibile per descrivere quanto accaduto ieri sera a Torino quando una manifestazione organizzata in difesa del centro sociale Askatasuna, occupato illegalmente e sgomberato nelle settimane precedenti, è degenerata in una violenza brutale e organizzata contro le forze dell’ordine.

Nel corso degli scontri, Alessandro Calista, poliziotto di 29 anni originario di Pescara, è stato preso d’assalto, circondato e selvaggiamente picchiato da un gruppo di antagonisti incappucciati. Colpito ripetutamente con martelli, calci e pugni, l’agente è finito in ospedale, con ferite e traumi che hanno richiesto cure immediate. Non si è trattato di un incidente, né di uno scontro casuale: è stato un attacco mirato, portato con modalità che nulla hanno a che fare con il dissenso democratico.

Non protesta, ma violenza contro lo Stato

Quanto avvenuto a Torino non può essere derubricato a “tensione di piazza”. È stata guerriglia urbana, con gruppi organizzati che hanno scelto deliberatamente la violenza come strumento politico. Le forze dell’ordine sono state bersaglio di lanci di oggetti contundenti, bombe carta, razzi artigianali, mentre cassonetti venivano incendiati e le strade trasformate in un campo di battaglia.

In questo contesto, l’aggressione ad Alessandro Calista assume un significato ancora più grave: un giovane agente, impegnato nel proprio dovere di tutela dell’ordine pubblico, è stato isolato e massacrato. Se oggi si parla di prognosi non riservata, è solo grazie alla prontezza dei colleghi che sono riusciti a sottrarlo al linciaggio.

Chi colpisce un poliziotto non sta protestando. Sta attaccando lo Stato, la legalità, la sicurezza di tutti.

«Tentato omicidio»: la linea netta delle istituzioni

Di fronte a immagini e dinamiche così evidenti, le istituzioni hanno assunto una posizione chiara. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato senza ambiguità di tentato omicidio, rifiutando ogni narrazione che provi a giustificare o minimizzare l’accaduto. Non arretrare, non voltarsi dall’altra parte, non cedere alla violenza: questo il messaggio politico lanciato con forza.

Non è una questione di schieramenti ideologici, ma di civiltà democratica. In una democrazia, il dissenso si esprime nel rispetto delle regole. Quando si passa ai martelli, alle spranghe e all’aggressione fisica, si entra in un altro terreno: quello dell’eversione violenta.

Askatasuna e l’uso sistematico della violenza

Il contesto in cui sono maturati gli scontri non può essere ignorato. La manifestazione nasceva per contestare lo sgombero di Askatasuna, uno spazio occupato illegalmente per anni e diventato, nel tempo, un simbolo dell’antagonismo radicale. Difendere un’occupazione abusiva non può mai giustificare la violenza contro chi fa rispettare la legge.

I fatti di Torino dimostrano come una parte dell’area antagonista continui a utilizzare le piazze non per avanzare proposte politiche, ma per alzare il livello dello scontro, mettendo deliberatamente a rischio l’incolumità di agenti e cittadini.

Un’aggressione che riguarda anche l’Abruzzo

La vicenda tocca da vicino anche l’Abruzzo. Alessandro Calista è di Pescara, ed è uno dei tanti giovani che indossano una divisa lontano da casa, spesso in contesti ad altissimo rischio. La sua storia è quella di migliaia di uomini e donne delle forze dell’ordine che garantiscono la sicurezza pubblica senza clamore, senza privilegi, spesso pagando un prezzo altissimo in termini personali.

Colpire lui significa colpire un’intera comunità. Significa colpire una regione, una città, una famiglia.

Basta ambiguità: serve una condanna senza “ma”

Davanti a fatti di questa gravità, il silenzio è complicità. Non esistono giustificazioni politiche, sociali o culturali che possano attenuare la responsabilità di chi ha aggredito un poliziotto fino a mandarlo in ospedale. Non esistono “ragazzi esasperati”, “tensioni comprensibili” o “errori di entrambe le parti”.

Esiste una sola verità: un agente dello Stato è stato quasi ammazzato mentre svolgeva il proprio lavoro.

Difendere chi ci difende

I disordini di Torino segnano un punto di non ritorno nel dibattito pubblico sulla violenza politica. Continuare a tollerare, giustificare o minimizzare questi comportamenti significa abdicare allo Stato di diritto. Difendere le forze dell’ordine non è autoritarismo: è difesa della democrazia.

Alessandro Calista oggi è il volto di questa battaglia. Una battaglia che non riguarda solo Torino, non riguarda solo l’Abruzzo, ma riguarda tutti. Perché una società che accetta il linciaggio di un poliziotto è una società che ha già perso se stessa.