Il giorno in cui il Tribunale dell’Aquila pronunciava la sentenza di primo grado sulla morte di Tommaso D’Agostino, suo fratello Luigi indossava il grembiule per andare all’asilo per la prima volta.
È da questa coincidenza, dolorosa e difficile da separare dalla storia che la famiglia porta con sé dal 18 maggio 2022, che Alessia Angelone e Patrizio D’Agostino hanno scelto di partire per raccontare cosa abbia significato per loro il verdetto arrivato quattro anni dopo la morte del figlio.
Lo hanno fatto con una lettera aperta nella quale il processo resta sullo sfondo di una questione più grande: la fiducia che ogni genitore è costretto ad affidare alla scuola quando lascia un bambino davanti al cancello.
Una fiducia che per la famiglia D’Agostino, dopo quanto accaduto all’asilo Primo Maggio, non può più essere vissuta come qualcosa di scontato.
La sentenza arrivata quattro anni dopo
Tommaso aveva quattro anni quando, il 18 maggio 2022, fu travolto insieme ad altri cinque bambini da un’automobile che, parcheggiata sulla strada in pendenza davanti alla scuola dell’infanzia di Pile, si mise in movimento raggiungendo l’area in cui si trovavano i piccoli.
Per Tommaso non ci fu nulla da fare.
Il processo di primo grado si è concluso il 16 settembre con due condanne e un’assoluzione.
La dirigente scolastica Monia Lai è stata condannata a un anno e sei mesi di reclusione, mentre Bruno Martini, ingegnere responsabile della sicurezza dell’edificio, a un anno e otto mesi, con i benefici di legge.
Il geometra comunale Antonello Giampaolini, responsabile del settore Edilizia scolastica, è stato invece assolto perché il fatto non è stato ritenuto a lui attribuibile.
Il Tribunale ha riqualificato l’accusa in cooperazione in omicidio colposo rispetto all’originaria contestazione di omicidio stradale.
Le motivazioni saranno depositate entro novanta giorni e soltanto allora potranno essere valutati compiutamente gli eventuali ricorsi annunciati dalle difese.
È dunque importante ricordare che si tratta di una sentenza di primo grado, non ancora definitiva.
Il dolore della famiglia dopo il verdetto
La lettera pubblicata oggi non è un’analisi giuridica della decisione.
È la voce di due genitori che quella vicenda hanno vissuto dall’interno, partecipando alle udienze e aspettando per quattro anni una prima risposta della giustizia.
Alessia e Patrizio scrivono di sapere che la giustizia non debba trasformarsi in vendetta, ma raccontano anche la difficoltà di riconoscersi in un sistema nel quale le pene inflitte risultano, dal loro punto di vista, sproporzionate rispetto alle conseguenze che la tragedia ha prodotto.
La frase che più sintetizza il senso della loro lettera è durissima nella sua semplicità:
«La pena sospesa è un lusso che a noi non è concesso. La nostra pena sarà eterna».
È la prospettiva della famiglia, non una valutazione sulla correttezza giuridica della sentenza.
Ma restituisce la distanza inevitabile tra il tempo della giustizia, fatto di anni, gradi di giudizio, norme e procedure, e quello di chi ha perso un figlio.
Luigi entra all’asilo
La parte forse più difficile della lettera riguarda però il presente.
Nello stesso giorno del verdetto, Luigi, fratello minore di Tommaso, ha iniziato il proprio percorso alla scuola dell’infanzia.
Per Alessia e Patrizio significa tornare a compiere uno dei gesti più normali per qualsiasi famiglia: lasciare un figlio alla scuola e affidarlo per alcune ore alla responsabilità di altre persone.
Solo che per loro quel gesto non può più essere normale.
Nella lettera raccontano il nodo alla gola mentre Luigi indossava il grembiule e ricordano che presto anche un’altra figlia inizierà il proprio percorso scolastico.
È qui che il loro messaggio esce dalla vicenda processuale e diventa una domanda rivolta alle istituzioni.
“Se la scuola è un diritto, deve esserlo anche la sicurezza”
I genitori di Tommaso tornano sulle condizioni che, secondo la loro ricostruzione, avrebbero potuto impedire la tragedia.
Richiamano la presenza delle automobili nel cortile, la pendenza della strada e le carenze che ritengono emerse nella gestione della sicurezza dell’area.
Sono proprio questi aspetti ad aver costituito una parte centrale del processo, nel quale l’accusa ha contestato carenze nella valutazione dei rischi e nelle misure di prevenzione.
La famiglia trasforma però questi elementi in una richiesta più generale.
«Se la scuola è un diritto deve esserlo anche la sicurezza garantita», scrivono Alessia e Patrizio.
Il principio è semplice: quando una famiglia affida un bambino a un’istituzione scolastica deve poter presumere che gli spazi, le procedure e i comportamenti siano stati organizzati riducendo al minimo i rischi prevedibili.
La sicurezza, soprattutto quando riguarda bambini molto piccoli, non può dipendere soltanto dall’attenzione individuale del singolo giorno.
Ha bisogno di regole, controlli e responsabilità definite.
Un caso che va oltre il processo
La morte di Tommaso ha inevitabilmente una dimensione giudiziaria e sarà la giustizia, nei successivi gradi eventualmente richiesti, a stabilire in via definitiva le responsabilità.
Ma la lettera dei suoi genitori richiama anche un’altra dimensione.
Una tragedia di questo tipo dovrebbe produrre conseguenze che vadano oltre la ricerca delle responsabilità penali: verificare procedure, correggere eventuali vulnerabilità e fare in modo che ciò che è accaduto non possa ripetersi.
È probabilmente qui che il messaggio di Alessia e Patrizio assume il significato più ampio.
Non chiedono soltanto che si continui a parlare di Tommaso.
Chiedono che la sua storia lasci una traccia concreta nella sicurezza delle scuole e nel modo in cui le istituzioni custodiscono i bambini che vengono loro affidati.
Tommaso oggi avrebbe otto anni
Nelle ultime righe la lettera torna inevitabilmente a lui.
Tommaso oggi avrebbe otto anni.
I suoi genitori lo immaginano curioso e brillante come già mostrava di essere da bambino.
È un’immagine privata che negli ultimi quattro anni è diventata, suo malgrado, parte della memoria pubblica dell’Aquila.
Alessia e Patrizio avrebbero preferito che il volto del figlio restasse soltanto nelle fotografie di famiglia e nei loro ricordi.
Non è andata così.
Ora chiedono almeno che da quella tragedia rimanga una lezione chiara: la sicurezza dei bambini non può essere considerata un dettaglio amministrativo e non può diventare importante soltanto dopo che qualcosa è già accaduto.