È morto a Roma a 60 anni Daniele Kihlgren, l’imprenditore italo-svedese che con il progetto Sextantio ha legato indissolubilmente il proprio nome a Santo Stefano di Sessanio, trasformando il piccolo borgo del Gran Sasso in un caso conosciuto ben oltre i confini dell’Abruzzo.

Kihlgren era ricoverato nella capitale per il riacutizzarsi di problemi legati all’Hiv, condizione della quale aveva parlato pubblicamente senza reticenze anche nella propria autobiografia e in diverse interviste.

Nato a Milano il 19 agosto 1966, laureato in Filosofia e proveniente da una famiglia legata all’industria, arrivò in Abruzzo alla fine degli anni Novanta. Fu un viaggio in moto a portarlo quasi casualmente davanti a Santo Stefano di Sessanio.

Quell’incontro avrebbe cambiato la sua vita e, in parte, anche quella del paese.

Il borgo scoperto quasi per caso

Quando Kihlgren arrivò a Santo Stefano, il borgo portava i segni di decenni di spopolamento. Molte case erano abbandonate, la popolazione si era drasticamente ridotta e il turismo aveva ancora un peso marginale.

Ciò che altri avrebbero potuto considerare un limite fu esattamente ciò che lo colpì: l’assenza quasi totale delle trasformazioni edilizie che avevano modificato molti altri centri storici nel corso del Novecento e il rapporto ancora leggibile tra le case in pietra e il paesaggio del Gran Sasso.

Cominciò così ad acquistare abitazioni abbandonate e a costruire quello che sarebbe diventato Sextantio Albergo Diffuso.

L’idea non era trasformare Santo Stefano in un villaggio turistico né ricostruire artificialmente un passato ormai scomparso. Kihlgren puntava invece a conservare il più possibile ciò che era rimasto.

La filosofia che avrebbe accompagnato tutta la sua attività era sintetizzata da una convinzione precisa: creare valore economico attraverso la conservazione del paesaggio, anziché attraverso la sua trasformazione.

Il restauro conservativo e l’identità del territorio

Il progetto Sextantio recuperò edifici già esistenti seguendo un metodo fortemente conservativo: murature, pavimenti, materiali, arredi e proporzioni degli ambienti vennero mantenuti o recuperati evitando, dove possibile, elementi estranei alla storia del luogo.

Il lavoro non riguardò soltanto l’architettura.

In collaborazione con il Museo delle Genti d’Abruzzo furono avviate ricerche sulla cultura materiale, sull’artigianato, sulle abitudini domestiche e successivamente sulla cucina delle comunità della Baronia.

Da quel lavoro sono state recuperate anche oltre settanta ricette, in alcuni casi mai trascritte prima e conservate soltanto nella memoria degli anziani. Un percorso arrivato fino all’apertura di Sextantio Cucina e alla volontà di utilizzare anche il cibo come strumento di conservazione dell’identità locale.

L’effetto Sextantio su Santo Stefano

L’impatto sul territorio andò progressivamente ben oltre l’albergo.

L’arrivo di visitatori italiani e stranieri contribuì alla nascita di nuove strutture ricettive, ristoranti, attività commerciali e artigianali. Nei primi anni Duemila Santo Stefano era ancora una destinazione marginale; oggi è uno dei borghi più conosciuti dell’Abruzzo interno.

All’inizio del 2026 Virtù Quotidiane stimava in quasi trenta le attività ricettive presenti nel paese, descrivendo quella crescita anche come conseguenza dell’“effetto Sextantio”.

Il modello divenne così un riferimento nel dibattito sulla rigenerazione delle aree interne: utilizzare l’ospitalità non per sostituire l’identità dei piccoli centri, ma per renderne economicamente possibile la conservazione.

Anche il terremoto del 2009 riportò l’attenzione sul metodo utilizzato a Santo Stefano. Il comportamento degli edifici recuperati con tecniche tradizionali alimentò negli anni successivi il confronto sull’importanza del restauro conservativo del patrimonio minore.

Da Santo Stefano a Matera e al Ruanda

Kihlgren portò successivamente la stessa impostazione nei Sassi di Matera, dove nacque Sextantio Le Grotte della Civita.

Poi arrivò l’Africa. In Ruanda il progetto delle Capanne sull’isola di Nkombo riprese alcuni degli stessi principi: preservare tecniche costruttive, cultura e organizzazione tradizionale evitando di importare un modello turistico completamente estraneo al luogo.

A questa esperienza Kihlgren affiancò anche attività umanitarie. Attraverso Sextantio Onlus venne sostenuto un progetto per garantire l’assicurazione sanitaria a persone indigenti in Ruanda.

Nel 2016 l’Università di Roma Tor Vergata gli conferì un dottorato honoris causa per il valore culturale e imprenditoriale del progetto; nel 2019 Condé Nast Traveler lo inserì tra le personalità che avevano contribuito a cambiare il modo di viaggiare.

Un modello che continuava a guardare fuori dall’Abruzzo

L’esperienza nata a Santo Stefano era ancora pienamente al centro del confronto internazionale.

Nel febbraio scorso il governatore della provincia saudita di Asir, il principe Turki bin Talail bin Abdulaziz Al Saud, era arrivato nel borgo proprio per studiare da vicino il modello di rigenerazione basato sulla tutela del costruito storico e del paesaggio.

A settembre, poche settimane prima della morte di Kihlgren, Sextantio era stato selezionato tra i tre finalisti internazionali del Change Maker of the Year 2026 nell’ambito di PURE Life Experiences a Marrakech.

Un riconoscimento che riportava ancora una volta Santo Stefano di Sessanio al centro di una discussione molto più ampia: come dare un futuro economico alle aree marginali senza cancellare ciò che le rende uniche.

È probabilmente questo il segno più profondo lasciato da Daniele Kihlgren sul territorio aquilano.

Non semplicemente aver aperto un albergo, ma aver dimostrato che un piccolo borgo segnato dall’abbandono poteva diventare conosciuto nel mondo proprio senza rinunciare alla propria identità.