Ci sono giornate che non hanno bisogno di essere annunciate come “storiche”.
Lo diventano da sole, mentre accadono. Il 17 gennaio 2026, a L’Aquila, è stato esattamente questo: una giornata che ha superato il confine dell’evento e si è trasformata in esperienza condivisa, in memoria collettiva immediata.

L’inaugurazione dell’anno da Capitale italiana della Cultura 2026 non è stata soltanto l’apertura di un calendario ricco di appuntamenti. È stata una presa di coscienza cittadina, un momento in cui la città si è guardata attorno e ha capito di esserci davvero. Non in astratto, non per delega, ma fisicamente, con le persone, i corpi, le voci, il silenzio, la luce.

Prima di quel giorno

Per capire cosa è accaduto il 17 gennaio, bisogna partire da prima.
L’Aquila è una città che conosce bene i vuoti. Vuoti urbani, sociali, simbolici. Per anni il centro storico è stato luogo di passaggio più che di permanenza, scenario più che spazio vissuto. Anche gli eventi riusciti, nel tempo, hanno spesso avuto un sapore incompleto: belle iniziative, partecipate, ma raramente capaci di riempire davvero la città.

Il titolo di Capitale italiana della Cultura 2026, ottenuto dopo un percorso lungo e complesso, portava con sé una promessa e un rischio. La promessa era quella di restituire centralità a L’Aquila nel racconto culturale nazionale. Il rischio era quello di restare confinati nella retorica, nella celebrazione istituzionale, in un racconto “alto” ma distante.

Il 17 gennaio ha sciolto questo nodo. E lo ha fatto in modo netto.

La mattina: lo Stato a L’Aquila

La giornata si apre all’Auditorium della Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza, a Coppito.
È qui che si svolge la cerimonia ufficiale di inaugurazione, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Con lui, una rappresentanza ampia e significativa del Governo: ministri, sottosegretari, autorità civili e militari, istituzioni regionali e locali.

Non è una presenza simbolica, quella del Presidente. A L’Aquila, la visita del Capo dello Stato ha sempre un peso specifico particolare. È il segno di una continuità istituzionale che attraversa gli anni difficili del post-sisma e arriva fino a questo momento. Le parole pronunciate durante la cerimonia insistono su un punto chiave: la cultura come bene comune, come spazio di dialogo, come responsabilità condivisa.

La cerimonia è costruita come un racconto, non come una sequenza fredda di interventi. Musica, parole, immagini si alternano in un impianto narrativo pensato per restituire il senso profondo di ciò che L’Aquila rappresenta oggi. Sul palco si avvicendano artisti, interpreti, musicisti. Non è intrattenimento: è narrazione identitaria.

Fuori, intanto, la città si muove. Mentre dentro l’Auditorium si celebra il riconoscimento formale, il centro storico comincia lentamente a riempirsi. È un movimento spontaneo, non guidato. Le persone sanno che la vera partita si giocherà più tardi, nelle piazze.

Il pomeriggio: la città esce

Nel primo pomeriggio succede qualcosa che, a L’Aquila, non è affatto scontato.
La gente esce di casa senza aspettare l’ultimo momento. Non c’è solo curiosità, c’è una sorta di aspettativa condivisa. Si percepisce che non sarà “un evento come gli altri”.

Piazza Battaglione degli Alpini diventa rapidamente un punto di attrazione. Le presenze crescono, minuto dopo minuto. Famiglie con bambini, giovani, gruppi di amici, anziani. Non c’è una fascia prevalente: c’è la città intera. Le cronache parlano chiaramente di migliaia di persone, e chi era lì non ha bisogno di numeri precisi per capirlo. Basta guardarsi intorno.

Questa è la prima immagine che resterà: una piazza piena come non si vedeva da tempo, forse come non si era mai vista così, in modo così naturale e compatto.

Il cielo: lo show dei droni

Quando cala la sera, la folla è ormai densa.
Lo sguardo si alza verso il cielo per lo show dei droni, intitolato “Sotto un unico cielo”. È uno di quei momenti in cui una città intera si ferma. Il rumore si abbassa, le voci si spengono, resta un silenzio condiviso.

Le figure luminose disegnate nel cielo raccontano simboli, parole, immagini che appartengono alla storia e all’identità del territorio. Non c’è bisogno di spiegazioni. La tecnologia diventa linguaggio emotivo. Il pubblico reagisce in modo compatto: stupore, applausi, silenzi improvvisi.

È qui che si manifesta il primo consenso trasversale della giornata. Lo show dei droni mette d’accordo tutti. Perché è accessibile, perché è bello senza essere urlato, perché parla a tutti allo stesso modo.

La strada: Dundu e il cammino collettivo

Dopo il cielo, la luce scende in strada.
Parte “Il viaggio della luce”, la parata urbana che attraversa il centro storico. Al centro di questo cammino c’è Dundu, il gigante luminoso che avanza lentamente tra la folla.

Qui accade qualcosa di raro. La città cammina insieme. Non c’è spinta, non c’è caos. La gente segue, osserva, sorride. I bambini restano incantati, gli adulti filmano, gli anziani guardano in silenzio. Dundu non divide, non polarizza. Unisce.

La sua passeggiata diventa uno dei momenti più riusciti dell’intera giornata. Non perché fosse l’elemento più spettacolare, ma perché era profondamente umano. È la seconda certezza che emerge con forza: la passeggiata di Dundu ha messo d’accordo tutto e tutti.

Piazza Duomo: il cuore

Quando il flusso arriva in Piazza Duomo, la percezione cambia definitivamente.
La piazza è gremita da migliaia di persone. Non è un’iperbole. È un dato visivo. Ogni spazio è occupato, ogni affaccio è una finestra sulla folla. È il cuore simbolico della città che torna a battere all’unisono.

Qui va in scena lo spettacolo “La città celestiale”. La luce dialoga con l’architettura, con la pietra, con la memoria. Non invade, non sovrasta. Accompagna. La piazza diventa racconto, scenografia, comunità.

C’è un momento di raccoglimento, legato all’ora simbolica delle 3:32, che richiama la ferita del terremoto del 2009. È un passaggio delicato, gestito con rispetto. Un silenzio che pesa, ma che non schiaccia. Subito dopo, la luce torna protagonista, come a indicare una continuità: memoria e futuro non sono opposti.

L’accensione dell’installazione “Faro 99” chiude il cerchio. Un segno visivo pensato per restare, per essere visto, per orientare. Un faro, appunto.

Dopo: la città che resta

Quando lo spettacolo finisce, la gente non va via subito.
Resta. Cammina. Commenta. I bar sono pieni, le strade vive. Le voci si sovrappongono, ma il tono è lo stesso ovunque: sorpresa, soddisfazione, orgoglio. Frasi semplici, ripetute: “Non me l’aspettavo così”, “Non l’avevo mai vista così piena”, “Questa ce la ricorderemo”.

Ed è qui che la giornata supera definitivamente la dimensione dell’evento. Diventa racconto condiviso, qualcosa che ognuno porterà con sé, perché vissuto in prima persona.

Perché questa giornata resterà

Resterà per molte ragioni.
Resterà per la presenza del Presidente della Repubblica, dei ministri, delle istituzioni.
Resterà per le immagini potenti del cielo, della strada, delle piazze.
Resterà per i numeri, per le presenze, per l’impatto visivo.

Ma soprattutto resterà per una cosa più rara: perché ha messo d’accordo una città intera.
Non su un’idea astratta, ma su un’esperienza concreta. L’Aquila, il 17 gennaio 2026, si è vista piena. E vedersi pieni, dopo anni di vuoti, è un atto politico, culturale e umano insieme.

La Capitale italiana della Cultura 2026 inizia così.
Non con uno slogan, ma con una città che c’era davvero.